Com’è fatta e come va Ray, la soundbar più economica di Sonos


Tra chi possiede un televisore, solo uno su dieci ha anche una soundbar. La conseguenza più ovvia è che è condannato ad ascoltare male la musica, a immaginare gli effetti sonori, a far fatica per comprendere i dialoghi. Sonos ha deciso di porre fine alle sofferenze di tante persone che si trovano in questa situazione e ha presentato qualche settimana fa la soundbar Ray, terza e più piccola di una gamma che comprende l’eccellente Arc e la Beam Gen 2, uscita lo scorso anno.  

Musica

Audio ad alta risoluzione: cos’è, come provarlo in streaming e quanto si spende

di

Dario D’Elia



Com’è fatta

La Ray segna una svolta per l’azienda americana: da una parte si integra perfettamente in un sistema multiroom wireless utilizzando Apple AirPlay 2, Spotify Connect, Tidal Connect o l’app Sonos S2; dall’altra è chiaramente un prodotto pensato per coloro che non hanno mai preso in considerazione il marchio prima d’ora. Non solo per il prezzo (299 euro), ma anche per le dimensioni compatte, il design discreto, la facilità di posizionamento (non ci sono altoparlanti diretti verso l’alto, quindi si può anche inserire in un mobile). 

Dal punto di vista estetico, la soundbar Ray è indubbiamente un prodotto Sonos, con curve morbide, comandi a sfioramento, finiture monocromatiche e una griglia in policarbonato perforato. Nella versione in prova (nera) ci è sembrata estremamente suscettibile a ditate e impronte, ma volendo esiste anche in bianco. 

All’interno, quattro amplificatori in classe D alimentano altrettanti altoparlanti: due mid-woofer ellittici posizionati al centro, affiancati da una coppia di tweeter con una guida d’onda che dirige le onde sonore in parte di fronte, in parte verso i lati della stanza, per creare un fronte sonoro più ampio di quanto sarebbe altrimenti possibile con una distanza così ridotta tra gli altoparlanti. È una soluzione molto simile a quella adottata da Bose sui suoi diffusori degli anni Settanta e Ottanta, col nome Direct/Reflecting. Funziona egregiamente, anche perché è aiutata da una potente elaborazione digitale del suono. Per accorgersene, basta avviare la funzione di calibrazione True Play, che permette di regolare il profilo acustico della Ray, come di altri prodotti Sonos, a seconda delle caratteristiche acustiche della stanza. Il procedimento è semplice: si avvia l’app, e l’apparecchio emette una serie di suoni; il microfono dello smartphone li registra e li confronta con l’originale, poi regola la risposta in frequenza in maniera da compensare risonanze, rimbombi e riflessioni ambientali. Per la soundbar ci vogliono due misurazioni: una effettuata nel punto di ascolto ideale, l’altra muovendosi per la stanza e roteando lo smartphone. E già qui, tra sibili e rumori vari, si nota come la piccola Ray effettivamente spari suoni a destra a sinistra, anche se ovviamente un impianto con due diffusori separati genera un palco sonoro più ampio. 

 

Suono su misura

L’app Sonos S2 funziona su smartphone e tablet di tutte le piattaforme, ma la calibrazione con Trueplay è disponibile solo con iPhone. Nel nostro caso l’effetto è stato quasi irrilevante quando la Ray è stata usata in grande salone, più grande, molto più evidente in un ambiente di medie dimensioni, dove i bassi sono diventati più scolpiti e le voci più chiare, con i dialoghi dei film più intellegibili. Se non dovesse essere ancora sufficiente, nell’app c’è l’impostazione Speech Enhancement oltre al Night Sound per ridurre gli effetti sonori ad alto volume, ed è anche possibile regolare i toni bassi e alti e il Loudness. Per le frequenze più gravi, Sonos ha sviluppato delle porte reflex curve “a bassa velocità” che dovrebbero permettere all’aria mossa dai woofer di fluire senza turbolenze e distorsioni. I bassi ci sono, certamente non così profondi, ma comunque sorprendenti per le dimensioni della Ray (7 cm di altezza, per una lunghezza di 56 cm).

L’impressione è che un apparecchio come la Ray sia pensato soprattutto per migliorare le voci, e in effetti qui il passo vanti rispetto a un tv normale è evidente. Va senza dire che anche gli effetti speciali, concentrati di solito sulle note basse, ne guadagnano in impatto e credibilità. Con la musica il discorso è un po’ diverso: a volume basso e medio l’ascolto è piacevole, al livello di altri apparecchi Sonos se non si considera la differenza nella ricostruzione della scena sonora; alzando però il volume il suono si indurisce e le alte frequenze diventano a volte un po’ troppo presenti. Basta un solo brano per provarlo, This Time This Place… dall’ultimo disco dei Röyksopp, dove i bassi sono più che soddisfacenti, con batterie e percussioni di buon livello, ma la voce della cantante Beki Mari diventa un po’ fastidiosa se si alza il volume. Abbiamo provato anche con Kate Bush, in omaggio alla sua ritrovata popolarità dopo l’uscita di Stranger Things 4, ma Running Up That Hill non ci ha convinto: colpa certamente della registrazione un po’ piatta, ma anche dei tanti strumenti sovrapposti che è impossibile rendere al meglio con una soundbar, quale che sia. È andata un po’ meglio con The Smile, la nuova band di Thom Yorke e Johnny Greenwood: Skrting On The Surface, che potrebbe essere un brano dei Radiohead, è reso con la voce giustamente in primo piano, ma la chitarra è molto chiara e la ricostruzione dello spazio sonoro è convincente, anche se a tratti un po’ artificiosa.  

Cosa manca

Non c’è la decodifica Dolby Atmos virtuale delle soundbar Sonos di fascia più alta, Beam Gen 2 e Arc. Non c’è nemmeno un ingresso HDMI eARC: l’audio della tv arriva dalla connessione ottica, e così la Ray è dotata di un ricevitore a infrarossi che consente alla soundbar di utilizzare il telecomando del televisore per regolare il volume. Il processo dovrebbe essere molto semplice, ma nella nostra prova, con una tv Samsung QLed e una laser tv HiSense, questo ha comportato un problema molto fastidioso: i due apparecchi, infatti, adottano telecomandi a radiofrequenza, mentre l’uscita digitale ottica è fissa. Quindi per regolare il volume bisogna alzarsi o utilizzare l’app, e in entrambi i casi il disagio è notevole, tanto da sconsigliare l’acquisto della Ray a chi abbia una tv senza telecomando a infrarossi. Anche in questo caso, tuttavia, la scelta di Sonos ha senso: i telecomandi a radiofrequenza non sono molto diffusi, e perlopiù vengono utilizzati su apparecchi di gamma alta e medio-alta, dunque di dimensioni e costo verosimilmente superiori rispetto alla tipica tv per cui è pensata questa soundbar. 

Compatta com’è, la Ray è ideale per essere posizionata sotto uno schermo; sarebbe perfetta, quindi, anche per i gamer da scrivania, se solo avesse una connessione Hdmi: e invece non si può usarla in questo modo perché sono pochissimi i monitor dotati di uscita ottica. 

Non c’è un ingresso analogico, e, come su altri prodotti Sonos, manca il Bluetooth.

Un’altra mancanza degna di nota Ray è quella dei microfoni incorporati, quindi non c’è alcun assistente vocale (altro che Gustavo Fring, in arrivo su altri prodotti Sonos a breve). Ancora una volta, è una scelta meno limitante di quel che sembri, per vari motivi: primo perché non siamo certi che Alexa o Google Assistant aggiungano davvero qualcosa a una soundbar, secondo perché si può usare tranquillamente qualsiasi altro smart speaker per comandare la Ray, sia Sonos che di altri marchi; infine perché alcuni televisori includono già Alexa, ad esempio gli ultimi nati della serie F2 di Xiaomi, che per prezzo e caratteristiche ci sembrano un connubio perfetto con la Ray. 

Mille usi

Tutto sommato, per Ray possiamo dire lo stesso delle altre soundbar dell’azienda americana: offre buona qualità audio per la musica e per la tv, è compatibile con un numero vastissimo di piattaforme streaming musicali, e può riprodurre file audio su hard disk e computer, per chi ancora li usa. Il suo posto è in salotto, sotto la tv, ma va benissimo anche solo per la musica, in tutta la casa. In più esistono diverse possibilità di espansione: oltre ai tre modelli di speaker e al sub, si può usare un Connect Amp, in abbinata con diffusori tradizionali, che consente anche di ascoltare sorgenti analogiche. Bastano poi un paio di Sonos One SL per avere un impianto home theatre discreto e versatile. Chi volesse nascondere gli altri altoparlanti, per una soluzione ancora meno invasiva, può abbinare la Ray con le cornici-speaker o con le lampade-altoparlanti di Ikea. Chi invece punta a spendere ancora meno, sempre nella linea Symfonisk dell’azienda svedese, trova dei buoni altoparlanti compatibili a 99 euro. E in più, chi avesse già in casa un Sonos Arc o Beam, può usare un paio di Ray come diffusori posteriori, magari fissandole direttamente al muro in verticale, per ridurne l’impatto visivo. 

Ci piace

  • Piccola e discreta
  • Facile da configurare
  • Buon suono

 

Non ci piace

  • Niente bluetooth
  • Se il televisore non ha un telecomando a infrarossi, l’unico modo per regolare il volume a distanza è l’app
  • Manca la compatibilità con Dolby Atmos

 

 

 



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